Venerdì, 8 Agosto 2008

Facebook, gli adulti e il rock

Su Facebook, creato in origine per gli studenti universitari, il numero degli iscritti tra i 35 e i 54 anni è più che triplicato negli ultimi 12 mesi, mentre gli over 65 sono cresciuti di oltre il 150%. E’ un passaggio importante nell’evoluzione del nuovo mercato digitale, ma soprattutto un passaggio importante per la cultura che un tempo si sarebbe definita “giovanile”. Del resto si erano già accorti di questo passaggio i Rem, una delle più importanti e amate rockband del mondo, che avevano deciso di presentare il loro ultimo album in anteprima su Facebook. Niente radio, niente Mtv, o meglio sia radio che televisione hanno avuto tempo e modo di far ascoltare i brani del nuovo album, ma l’anteprima è stata solo sul sito di “social networking” più frequentato del mondo. Il pubblico del rock dei Rem non è composto da adolescenti, che è facile immaginare siano collegati tra di loro attraverso Facebook, ma è fatto soprattutto di adulti che hanno superato non solo i 30 ma più spesso i 40 o i 50 anni, un pubblico “rock” che si sta spostando sempre più rapidamente verso il web, che consuma musica attraverso il web, che cerca notizie, informazioni, novità e approfondimenti in rete. Una rete di adulti che inizia a riempire anche i siti di “social networking”, che affolla le nuove community, che si presenta e di collega nei siti come Plaxo (www.plaxo.com) o Linkedin (www.linkedin.com), una rete di adulti che cerca contenuti adatti ai propri interessi e che spinge il web verso una nuova dimensione. Come il vecchio rock, del resto.

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Mercoledì, 6 Agosto 2008

John Mayer

Posso dire senza ombra di dubbio che il disco che sto ascoltando in questi giorni con maggior soddisfazione, più volte al giorno, è “Where the light is - Live in Los Angeles” di John Mayer. Non so quale sia la vostra considerazione del personaggio, ma a me piace molto. E’ un musicista con grandissime doti comunicative, con una qualità compositiva non comune, con una bella voce, è un bravissimo chitarrista, insomma, cosa volere di più? E poi interpreta il pop nella maniera più giusta. Pop non vuole dire per forza robetta da consumare in fretta e dimenticare, musica insulsamente leggera, materia deperibile e spesso già deperita non appena nata. Pop può essere arte, anzi Arte e John Mayer fa del suo meglio per restare estremamente popolare ma al tempo stesso proponendo musica di buona e spesso buonissima qualità. Il doppio cd live ne è una straordinaria conferma. Diviso in tre parti, una acustica e in solitudine, una con il trio e una con la band elettrica, il disco offre un ritratto completo ed esauriente di Mayer, sia come interprete (bellissima la sua versione di “Free fallin’” di Tom Petty), sia come bluesman (una eccellente “Everyday i have the blues” in trio) sia come cantante e autore pop (a me piaceva già nella versione di studio, ed è bella anche dal vivo “Waiting on the world to change”). Insomma, il giovanotto ha le carte in regola, e il disco merita di essere ascoltato.

Così come merita di essere ascoltato il nuovo podcast, che trovate nella barra accanto….

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Lunedì, 4 Agosto 2008

Kid Rock. Ma poi mi pento

Non avrei mai immaginato di poter scrivere qualcosa di positivo di Kid Rock nella mia vita. Eppure il singolo-tormentone “All summer long”, nel quale con incredibile astuzia mette insieme “Werewolves of London” del compianto Warren Zevon e “Sweet home Alabama” dei Lynrd Skynrd, francamente lo trovo divertente. Lui, francamente, è quel che è, un coatto, ex marito di Pamela Anderson, che però ha alle spalle 23 milioni di dischi venduti.

Si, ma non posso chiuderla qui, ne andrebbe del mio buon nome, un post su Kid Rock solo perchè ha fatto un pezzo che suona carino perchè non è roba sua ma di Zevon e degli Skynrd. Quindi cerco di “compensare”. Mojo, lo splendido mensile inglese per vecchi rocker, pubblica questo mese un cd dedicato alla Sub Pop con dentro un bel po’ di musica di valore, gruppi “storici” come Tad e Mudhoney, cose più nuove (delle quali abbiamo già parlato) come Iron & Wine, e Shins, altre che non conoscevo come Pissed Jeans e No Age.

Degli Iron & Wine non si mai detto tutto il bene che meritano (o meglio che merita Samuel Beam che è sia Iron che Wine)

Poi penso che sia ancora musica troppo “leggerina” per questo pomeriggio d’agosto e allora provo ad appesantire questa piccola playlist con qualcosa di più caldo, magari qualcosa di veramente africano. Ecco allora, per mettervi a vostro agio, sette minuti e qualcosa di vera arte musicale africana, juju music, da King Sunny Ade, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto, Ja Fumni. Buon ascolto

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Giovedì, 31 Luglio 2008

Mediaset vs YouTube

Premetto che sto per affrontare un tema piuttosto spinoso e che, quindi, io per primo non ho le idee chiarissime. O meglio: ho qualche pensiero in mente che mi piacerebbe provare a condividere con voi, nonostante la scivolosità della materia.

La notizia proibabilmente la sapete già, ma vale la pena ripeterla: MILANO (Reuters) - Mediaset ha depositato al tribunale civile di Roma un atto di citazione per 500 milioni di euro contro YouTube, il sito di condivisione video di proprietà di Google, per illecita diffusione e sfruttamento commerciale di file audiovisivi di proprietà delle società del gruppo.
Ne dà notizia una nota di Mediaset. Al risarcimento di mezzo miliardo di euro richiesto per il “danno emergente” vanno aggiunte “le perdite subite per la mancata vendita di spazi pubblicitari sui programmi illecitamente diffusi in rete”, si legge nella nota.

YouTube in un comunicato risponde di rispettare le leggi sui diritti d’autore, e di non vedere dunque la necessità della citazione da parte dell’azienda media italiana.
“YouTube rispetta i diritti dei titolari di copyright e prende molto seriamente la questione della tutela dei diritti d’autore”, recita una nota della società. “Riteniamo che non vi sia alcun bisogno di ricorrere a costose azioni legali”.
Mediaset scrive di aver individuato, in seguito ad una rilevazione a campione alla data del 10 giugno 2008, “almeno 4.643 filmati” di sua proprietà, “pari a oltre 325 ore di materiale emesso senza possedere i diritti”.

“Alla luce dei contatti rilevati e vista la quantità dei documenti presenti illecitamente sul sito, è possibile stabilire che le tre reti televisive italiane del Gruppo abbiano perduto ben 315.672 giornate di visione da parte dei telespettatori”.
Quello di Mediaset non è un caso isolato: negli Usa, la società di intrattenimento Viacom ha fatto causa a YouTube chiedendo 1 miliardo di dollari di risarcimento per violazione di copyright. Anche la maggiore emittente commerciale francese, TF1, gli ha fatto causa chiedendo 100 milioni di euro di danni per ragioni analoghe.

Ora: non c’è alcun dubbio che la legge che protegge il diritto d’autore sia una legge giusta e non c’è dubbio che chi è proprietario di un opera dell’ingegno ha tutto il diritto di decidere come questa venga utilizzata e di riceverne il giusto guadagno.
Il problema è, però, che con l’avvento delle nuove tecnologie le cose sono molto cambiate rispetto al passato e che per rispondere a problemi nuovi le leggi che riguardano il diritto d’autore e il diritto di copia siano spesso inadatte, in alcuni casi obsolete, alle volte addirittura controproducenti.
Fino ad oggi molti dei “grandi” problemi in questo territorio accadevano lontano da noi, negli Usa in particolare. Oggi, con l’azione di Mediaset, ci troviamo a discutere del problema in casa nostra.
Nel caso specifico, se ci limitassimo a guardare la superfice, dovremmo dire che Mediaset ha ragione, che i programmi che vengono riprodotti su YouTube siano di proprietà di Mediaset che ha investito del denaro per realizzarli e che ha tutto il diritto di guadagnarci ancora per il loro utilizzo. Cosa che ovviamente non accade nella riproduzione attraverso YouTube, che non produce alcun guadagno per Mediaset. Mentre con ogni buona probabilità, produce guadagni, in termini pubblicitari, per YouTube. Dovremmo quindi chiudere la questione qui. Ma non è corretto farlo. Perchè a caricare i filmati dentro YouTube sono singoli utenti, che lo fanno senza alcuno scopo di lucro. E perchè YouTube a noi, gli utenti, questo clamoroso servizio piace, perchè è estremamente comodo. Non sottovalutate l’ultimo elemento, perchè è il principale, il più importante, è quello che ha determinato il successo di Napster e di tutto quello che ne è seguito, e che ha causato il crollo dell’industria discografica. “Il paragone non regge”, diranno alcuni, “perchè il prodotto discografico è a pagamento e la gente invece lo scarica gratuitamente, il che ha causato il principale problema economico dell’industria discografica. Mentre il prodotto televisivo è già gratuito per chi lo vede da casa”. Affermazione sostanzialmente inesatta. La gente scarica la musica perchè è comodo farlo, il fatto che sia gratis non è secondario, ma non è nemmeno il motore primario del download. Diciamo, dunque, che la situazione, in questo caso, è decisamente più chiara, gli utenti non sono particolarmente coinvolti, non è il diritto di copia che è in discussione perchè scopo principale della tv non è quello di vendere copie (se non in maniera limitata nella forma del dvd delle serie di maggiore successo che produce in maniera diretta, vedi I Cesaroni, ad esempio), a “scontrarsi” sono direttamente i produttori (Mediaset) e chi ne distribuisce senza autorizzazione o compenso, i contenuti (YouTube). Ma nessuno, o veramente pochi maniaci, vedono una intera serie su YouTube. YouTube offre una diversa forma di televisione, frammentata, on demand, corta, senza tempo, senza palinsesto, nella quale è possibile vedere di tutto, programmi di ieri e di oggi, anche dell’altroieri, di tutto il mondo. E questa disponibilità è dovuta non all’interesse dei canali televisivi o dei produttori televisivi, ma alla disponibilità e all’interesse degli utenti, che pazientemente, registrano quello che amano, lo convertono in file, lo “postano” su YouTube. Ho già ricordato una volta, molto tempo fa, che ho trovato su YouTube un filmato degli anni Ottanta di Discoring con i Kraftwerk che cantano in italiano Pocket Calculator. Una delizia che mi sarebbe stato impossibile vedere di nuovo se non fosse stato per un appassionato che all’epoca lo registrò su VHS, conservandolo fino a quando non lo ha convertito in un file e a quando poi ha deciso di condividere con noi la visione di quel piccolo spezzone di tv che interessa a lui, a me e forse nemmeno ai Kraftwerk stessi. Materiale che la Rai non avrebbe mai messo su nessun suo sito per farla vedere a me o ad altri, perchè improduttivo, perchè nessuno la sponsorizzerebbe mai, perchè “invendibile” in termini pubblicitari. Certo, Mediaset fa causa a YouTube non su “chicche” di questo tipo ma su I Cesaroni, Zelig, Colorado, Grande Fratello, Amici e molti altri programmi di successo, che invece ha tutte le intenzioni di far rivedere al suo pubblico a pagamento o su Dvd, o su Internet. E che non vuole che lo facciano altri. Il problema è che opporsi a YouTube è inutile, impossibile, sbagliato. Inutile perchè, come è accaduto per i vari siti di file sharing chiusi dopo lunghe cause legali intentate dalle industrie discografiche, anche se Mediaset impedisse la circolazione dei propri programmi su YouTube non riuscirebbe a impedire la stessa circolazione su tutti gli altri siti similari, o quelli che nasceranno domani e dopodomani. Impossibile, perchè la gente vuole vedere i programmi che ama per intero, e pagherà per questo, ma vuole anche avere a disposizione un archivio pressochè infinito di spezzoni tra i quali navigarre, fare “zapping” digitale, pezzi di tv senza tempo e senza palinsesto, e questa è una “richiesta” evidente, visto il successo di YouTube, che non è legata alla gratuità dell’offerta ma alla comodità della stessa. E’ sbagliato perchè nessuna rete offrirà mai sui propri siti tutto quello che YouTube offre, e semplicemente togliere di mezzo i filmati Mediaset da YouTube creerà solo malumore tra gli appassionati dei programmi Mediaset e nessun danno a YouTube, che ha molti milioni di altri filmati da mostrare al pubblico.
Allora? Allora, dato che in questo caso il futuro è inarrestabile, e che YouTube è solo l’inizio, dato che qualche altro ragazzino in qualche garage da qualche parte nel mondo creerà qualcosa che funzioni ancora meglio di YouTube prima o poi, tanto vale adattarsi alla realtà e mettersi d’accordo con YouTube invece che fargli causa.
E poi c’è il diritto d’autore e il copyright….

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Martedì, 29 Luglio 2008

I concerti, i prezzi, gli artisti

Partiamo da un dato di fatto: i biglietti del concerto di Bjork a Roma variavano, se la memoria non mi inganna, dai sessanta ai centoventi euro. Prezzi a dir poco “sostenuti”, ma sfortunatamente in linea con il mercato attuale. Dico “sfortunatamente”, perchè secondo me nulla giustifica lo straordinario aumento degli ultimi due anni. Tutto è aumentato, quindi anche i costi che gli artisti e gli organizzatori sostengono per organizzare tour e concerti, ma nulla giustifica aumenti così straordinariamente elevati. E la colpa non è di chi organizza la data locale, nella singola città, ma in origine dell’artista e del suo management, che propone il tour o il singolo concerto ad un prezzo tale che, spesso, gli organizzatori locali si trovano costretti a offrire i concerti a prezzi elevati per poter ottenere un guadagno.
Bene, nel caso di Bjork, francamente, mi risulta difficile comprendere il motivo del costo del biglietto, a livello di quello di Madonna, con la differenza che Madonna circola con una megaproduzione sicuramente costosissima e Bjork no. Ma tant’è. Supponiamo, a livello meramente teorico, che magari il prezzo sia giustificato, che l’artista in questione abbia comunque una produzione molto costosa e che quindi sia giustificato proporre il concerto ad un prezzo così elevato da giustificare il prezzo dei biglietti (anche se, va detto, la differenza tra 60 e 120 in un posto come la Cavea non mi sembra particolarmente giustificato comunque). Supponiamo che sia giusto il prezzo. Di sicuro non è giusto che il concerto duri 55 minuti, intervallo compreso. Se a Bjork non andava di andare in giro a cantare tanto vale che restava a casa. Se Bjork pensa che 55 minuti scarsi di musica siano quello che un artista deve offrire al suo pubblico forse ha sbagliato mestiere. Non voglio dire che la musica vada valutata “a peso”, per la quantita che ne viene offerta. Non ho mai pensato che, ad esempio, “Dark side of the moon” non fosse un capolavoro solo perchè dura poco, o che l’acquisto del disco fosse ingiustificato per questo. Penso che lo spettatore debba essere informato prima. Penso che debba sapere, quando per amore nei confronti dell’artista decide di spendere 120 euro, che l’artista si esibisce per scarsi 55 minuti, per poter giustamente decidere se ne vale la pena. Il che non vuol dire, ovviamente, che il concerto non fosse fantastico ugualmente, Bjork dal vivo offre sempre dei set fantastici, unici, diversi da tutto quello che è attualmente in circolazione, una unicità che merita di esser pagata anche cifre sostenute, se uno vuol farlo. Ma che, da parte dell’artista, forse richiede un maggior rispetto del pubblico, che ha deciso di sostenere un artista come lei. E che merita forse anche qualche minuto in più di disponibilità da parte dell’artista.
E, tanto per dire, sarà anche vero che gli Hot Tuna sono una vecchia band adatta ad un pubblico di vecchi “freak” come me, che non sono “trendy” come Bjork, che non piacciono ai ragazzini, che non fa “fico” andare ad un loro concerto, ma qualitativamente parlando non mi sembra che Kaukonen e Casady abbiano qualcosa da invidiare a Bjork. Certo, non hanno una produzione costosa ed elaborata, vanno in giro con un semplice trio acustico, ma la differenza di prezzo (il concerto degli Hot Tuna a Roma costava 13 euro), mi sembra talmente enorme da rendere ancora meno giustificato il prezzo di Bjork.

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Mercoledì, 23 Luglio 2008

Un lungo elenco di dischi nuovi

Walter Becker- Circus Money
Ho iniziato ad amare gli Steely Dan molto tardi, quando era il loro tempo ascoltavo ben altro, e paragonati ai Sex Pistols mi sembravano dei ragazzi troppo ben educati e del tutto privi del senso delle cose. Ovviamente non era così, gli Steely Dan hanno prodotto alcune delle più pregevoli opere “colte” del pop americano e molti dei loro brani fanno parte, ancora oggi, della mia colonna sonora. Becker è dei due quello meno “visibile”, anche il meno disponibile ad aggiornarsi, a differenza del suo socio Donald Fagen. Eppure questa “staticità” di Becker è il suo tratto migliore, quello che consente a Circus Money di essere un buon disco, nel classico solco del lavoro della band, “minus” Fagen.

The Wedding Present -El Rey
Mi sono sempre piaciuti e il loro ritorno, con la accorta consulenza di Steve Albini, merita di essere segnalato. Sono stati grandi, hanno saputo interpretare al meglio il post punk, per un po’ si sono persi e hanno ampiamente sbandato, ma il nuovo album mi sembra rimettere le cose al posto giusto. Recuperate, comunque, “George Best” del 1987, e “Sea Monster” del 1991.

Mudcrutch - Mudcrutch
Tom Petty rimette insieme la band dei suoi esordi, dimenticata dai più. E il disco, 35 anni dopo, è il loro debutto discografico. C’è un po’ di tutto, canzoni nuove, pezzi decisamente molto vecchi, qualche cover. Se amate il vecchio Tom non potete lasciar perdere questo album, inciso con molta energia, con la voglia di divertirsi e di far fare qualche soldo ai compagni di gioventù, Tom Leadon in particolare. E c’è un brano, lungo oltre nove minuti, “Crystal River”, che offre Tom Petty al meglio delle sue possibilità

Bonnie “Prince” Billy - Lie Down in the light
Non c’è praticamente nulla che non mi piaccia di Bonnie “Prince” Billy, nemmeno le sue altre incarnazioni. E’ un grande autore, un maestro del minimalismo emotivo, della semplicità assoluta, della malinconia romantica, del rock sussurrato. E il disco è eccellente, grandi canzoni, cantate da un grande autore che ha una grande voce. E come si fa a non amare uno che ha fatto quattro album in due anni, solo perchè ama la musica, scrive canzoni e vuole cantarle?

Silver Jews - Lookout Mountain. Lookout sea
E visto che ci siamo, restiamo in argomento. Nel senso che David Berman, leader della band, è un amico di Will Oldham, ma anche di molti altri “signori” della scena alternativa americana. E il disco, che potremmo definire di “country” in senso generico, è tra i più belli che ci siano in circolazione. Certo, bisogna essere amanti del genere, godere della musica americana “profonda”, di quella Nashville notturna e oscura che solo in pochi riescono a raccontare così bene.

Jason Mraz - We sing, we dance, we steal things
Il singolo “I’m yours” impazza su Mtv e nelle radio, la promozione lo vende al popolo come se fosse un Jack Johnson leggermente diverso. Mraz è uno straordinario autore pop, soffice e divertente, acustico e leggero, maestro di alcuni tormentoni piacevolissimi in passato. L’album è un perfetto prodotto estivo, di quelli che possono accompagnare delle tranquille serata sulla spiaggia. Lui e Jack Johnsono mi mettono assai di buon umore.

E poi rapidamente, Al Green, con “Lay it down” vecchio e nuovo soul messi insieme, The Fratellis, con “Here we stand”, veloci, elettrici, inutili e divertenti. Poi, se ve ne foste dimenticati, Death Cab for cutie con l’ottimo “Narrow Stairs” e i Ting Tings di “We started nothing”. Insomma, una lunga lista della spesa….

E, scusate, se avete qualche minuto libero, andate a comprare un vecchio disco, che alcuni definirebbero “seminale”, senza il quale non è facile capire cosa fosse la musica che girava intorno alla fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Il disco si chiama “The modern dance”, è firmato dai Pere Ubu, ed è un capolavoro assoluto.

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Lunedì, 21 Luglio 2008

Fleet Foxes

Nono sono noto per la mia velocità di reazione, ma per la mia calma, tranquilla, metodica disponibilità all’ascolto. E quindi, dopo qualche settimana di ascolto, eccomi a parlare dei tanto chiacchierati Fleet Foxes. Innanzitutto vengono da Seattle, e arrivano dalla ben nota patria del grunge proprio con un perfetto timing per le celebrazioni. Ma hanno ben poco a che vedere con l’epopea di Nirvana e Peal Jam, non sono parenti, a ben guardare, nemmeno del concittadino Hendrix. Si potrebbe dire, se ci si concede l’esagerazione, che hanno più parentela con la Microsoft e la Boeing, altre glorie locali, nel senso che sono moderni, e al tempo stesso fuori dal tempo. Con la storia musicale di Seattle hanno in comune la leggendaria etichetta che li promuove, la Sub Pop, anche perchè non si definiscono, non vogliono essere, un gruppo rock.
Allora che musica fanno? A sentir loro “Baroque harmonic pop, music from fantasy movies” e, francamente, la definizione è talmente vaga e fantasiosa da legarsi bene alla loro musica. Volendo essere più semplici fanno del soft-folk-pop, con grandi, grandissimi echi del passato californiano, con belle incursioni psichedeliche, con un grande lavoro sulla melodia, con una scrittura che, senza dubbio, regge il confronto con il meglio di quanto viene prodotto al giorno d’oggi. L’album, pubblicato anche in Italia, merita di essere ascoltato. Ci sono sul sito della Sub Pop, ci sono su MySpace, ci sono su Youtube. Dategli fiducia, se la meritano.

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Giovedì, 17 Luglio 2008

Addio Shea Stadium. E il Podcast

Billy Joel ha suonato il concerto d’addio allo Shea Stadium, il primo di due grandi serate musicali prima che il complesso sportivo venga demolito. Ne approfitto per parlare per qualche riga di Joel, che io ritengo essere uno dei migliori songwriter del moderno pop americano, un intrattenitore di lusso, in grado di far divertire nei suoi spettacoli grandi e piccini, uno di quelli di cui si è perso lo stampo, perfetto nella costruzione delle melodie, accattivante quanto basta per farti mandar giù anche canzoni non propriamente indimenticabili, professionista dello spettacolo com’era inteso fino a qualche anno fa. E autore almeno di un paio di canzoni leggendarie, come “New York State of Mind”, “Allentown”, compresa la sua “trademark” “Just the way you are”.

beat-shea.jpg

L’altra scusa è buona per ricordare lo storico concerto dei Beatles nel 1965 allo Shea Stadium, il motivo per il quale molti di noi, non appassionati di sport americano, conoscono il nome dello stadio. In rete c’è una valanga di materiale su quel tour e quel concerto, compresi alcuni video niente male su You Tube.

Io allo Shea Stadium ci ho visto Springsteen, e non era niente male.

Colgo l’occasione per proporre, dopo qualche tempo di assenza, il podcast, con tutte le sue canzoni…..
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Martedì, 15 Luglio 2008

Un po’ di pensieri sparsi

Innanzitutto l’iPhone. Quello nuovo. E’ una macchina che, francamente, eclissa le altre per semplicità e comodità, un aggeggio che cambia, radicalmente, il nostro modo di intendere il rapporto con Internet, fino ad oggi legato ad una postazione fissa. Mette insieme musica, comunicazione, mobilità, intrattenimento, informazione. Potrebbe diventare uno standard, così come lo è diventato il walkman o l’iPod.

Cattivi consiglieri. Certamente Giusy Ferreri, della quale ho ampiamente scritto bene anche sul giornale, ha fatto un video dalla sua fortunatissima “Non ti scordar mai di me”. E qualcuno l’ha mal consigliata, trasformandola in una bambola saffica sexy. Ce n’era bisogno? Francamente no. Chi l’ha consigliata è un idiota, lei che ha accettato non ha fatto la scelta più saggia. Ed invece di avere una nuova brava cantante in grado di spostare almeno di qualche percettibile grado il modo di fare le cose nel nostro paese, avremo un altra inutile signorina destinata ad esser poco vestita nei video. Peccato.

A proposito di signorine, una che invece non scende a compromessi e continua a proporre ottima musica è Elisa. Che si appresta a sbarcare nel continente americano. Gli facciamo i nostri migliori auguri, perchè non ha nulla da invidiare alle sue più celebri colleghe americane. Anzi, è meglio di moltissime signorire poco vestite che arrivano dagli Usa.

Il mio ben noto equilbrio vacilla quando parlo degli Who. Da attempato fan quale sono (un regolare whooligan, regolarmente iscritto al fan club), soffro per non essere stato qualche giorno fa alla celebrazione della mia amata band negli Usa, organizzata da VH1. C’erano gli Who, ovviamente, e i Foo Fighters, i Flaming Lips, i Pearl Jam e gli Incubus. La trasmetterà Vh1. Chissà se saremo così fortunati da poterla vedere sulla versione italiana di Vh1.

Il videogioco del momento? Il solito, insuperabile, mai noioso, sempre diverso, Civilization di Sid Meier, nella nuova versione per Ps3.

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Mercoledì, 9 Luglio 2008

Una cover piuttosto singolare

In molti hanno interpretato brani degli U2, ci sono delle cover band eccellenti come gli italiani Achtung Babies che girano l’europa da anni con ottimi concerti. Ma ci sono anche cover degli U2 piuttosto singolari, come quella che state per vedere. Il brano è “Sunday Bloody Sunday”, il cantante è il Presidente degli Stati Uniti George Bush, e l’autore del video e del montaggio ha fatto veramente un lavoro straordinario. Complimenti

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