In un articolo pubblicato su Repubblica qualche settimana fa, veniva recensito il saggio della filosofa ungherese Agnes Heller, “Il male radicale” (Castelvecchi, 2019), che tratta dell’Olocausto e dei regimi totalitari, in particolare del nazismo tedesco e del comunismo sovietico, i cui due leader sono visti dall’autrice come l’incarnazione del male radicale.

Fin dal titolo, il libro della Heller si pone in contrasto con la famosa tesi di Hannah Arendt su “La banalità del male”, tesi contenuta in un libro di grande successo, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1964 e giunto alla trentesima edizione (Einaudi 2019). Ho letto i due libri in parallelo e in questo post esprimo il mio punto di vista su questi temi, di grande importanza e attualità.

Dichiaro subito di aver molto apprezzato il libro della Arendt, che è scritto in modo magistrale, per il suo rigore e il suo stile asciutto e anti-retorico. Come scrisse la stessa autrice nelle edizioni successive a quella del 1963, dopo la pubblicazione del libro si scatenarono forti polemiche e la Arendt subì attacchi personali piuttosto violenti.

Fosse l’autrice vissuta in epoca di social, probabilmente, le cose sarebbero andate anche peggio. Eppure, a mio parere, la tesi centrale di Hannah Arendt è convincente: Adolf Eichmann, criminale nazista catturato dagli israeliani in Argentina e processato a Gerusalemme tra il 1961 e il 1962 in quanto ritenuto uno dei principali responsabili dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, è un personaggio di sconcertante mediocrità. Grigio e incolto ma ciononostante uno dei “protagonisti” dell’Olocausto.

In questo senso, circoscritto, il male può dunque presentarsi sotto forme banali, in quanto realizzato con il contributo decisivo di piccoli burocrati, privi di particolare carisma e intelligenza.

Però, attenzione, la Arendt sostiene nel suo libro che Hitler e il nazismo, con la guerra e lo sterminio di sei milioni di ebrei, precipitarono la Germania in “un abisso morale”.

Del resto, lei stessa di origini ebraiche, fu costretta nel 1933 ad abbandonare la Germania, prima verso la Francia e dopo il 1940 verso gli Stati Uniti, di cui nel 1951 divenne cittadina. Il processo Eichmann a Gerusalemme fu in effetti seguito dalla Arendt come corrispondente del “New Yorker”. Ciò per sottolineare che nel libro della filosofa tedesca, a mio parere, non è presente alcuna banalizzazione del nazismo o del suo leader, Adolf Hitler.
Eichmann fu un fedele esecutore di ordini superiori, forse uno dei miglior esemplari della efficiente e spietata macchina burocratica nazista.

Leggendo il libro e la descrizione del personaggio Eichmann, mi è tornato alla mente un episodio di qualche decennio fa. Dopo un acceso Consiglio di Facoltà ad Economia, Università di Modena, incontrai il Professor Andrea Ginzburg, mio amico e uno dei miei maestri accademici. Ginzburg era furibondo e indignato per l’esito del dibattito e della votazione, che peraltro lo aveva visto in minoranza. Per chiarezza, non si stava decidendo nulla di particolarmente epocale per l’umanità, tuttavia a quei tempi la passione messa nei dibattiti e nelle scelte accademiche era piuttosto elevata. Bene, la ragione dell’indignazione di Andrea risiedeva in un intervento fatto in Consiglio da un professore di origini tedesche, trasferitosi ad insegnare in Italia, appunto a quel tempo a Modena. Intervenendo, il nostro professore tedesco sostenne (più o meno) la seguente tesi: “Della questione oggi in discussione non conosco molto, né ho fatto particolari approfondimenti, ma voterò senza esitazione a favore della proposta avanzata dal preside della facoltà. È il mio preside, un nostro superiore, e dunque mi fido delle sue scelte”. Il Professor Ginzburg, inorridito, etichettò questa posizione come tipica espressione della mentalità nazista, ovvero obbedienza ad ordini superiori non filtrata da alcuno spirito critico.

The framed portraits of several prisoners of the Auschwitz-Birkenau concentration camp

Nell’aneddoto che ho riportato sul dibattito in facoltà, la cosa suona chiaramente esagerata, che in fondo il professore tedesco era un serio studioso e pure un brav’uomo. Inoltre, non si stava certo lì discutendo dei destini del mondo. Eppure, un aspetto dell’abisso morale in cui il Terzo Reich fece precipitare la Germania e l’Europa, attiene proprio alla cieca obbedienza che, dai Generali ai burocrati alla Eichmann, fu osservata nei confronti di Hitler e degli ordini disumani da lui impartiti, che essi eseguirono fedelmente, senza mai metterli in discussione.

Come disse un generale nazista a Norimberga: “Chi sono io per mettere in discussione un ordine superiore? Solo Dio e la Storia potranno giudicare.” Il suddetto generale fu giudicato colpevole di crimini di guerra e impiccato.

A proposito di crimini di guerra: le bombe atomiche lanciate sul Giappone, su obiettivi civili, produssero centinaia di migliaia di morti, bambini inclusi. Non si trattava di obiettivi militari, forse potrebbero rientrare nella nozione di crimini di guerra? Giustamente, la Arendt sottolinea che il Tribunale di Norimberga fu comunque il tribunale dei vincitori e che norme penali furono applicate in modo retroattivo. In ogni caso, forse si potrebbe aggiungere, processi giusti o discutibili che possano essere stati quelli con alla sbarra i gerarchi nazisti, dobbiamo ringraziare il cielo che la guerra sia stata vinta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati!

La tesi di Agnes Heller è invece che Hitler e Stalin siano stati l’incarnazione del male radicale, per quanto nel suo breve ma assai denso saggio il tema dell’Olocausto, e dunque del nazismo, tenda a dominare la scena. Anche la Heller fu costretta ad emigrare dal suo paese, l’Ungheria, insegnando poi in Australia e negli ultimi decenni negli Stati Uniti.

“Il male non è mai banale” sostiene la filosofa ungherese, in contrapposizione alla Arendt. Secondo la lettura che ne dà la Heller, Hannah Arendt “affermando la banalità del male non sminuisce affatto l’enormità del male compiuto, piuttosto localizza la sua attenzione sul carattere demoniaco di coloro che hanno ordinato tali azioni malvagie” (Il male radicale, Castelvecchi, p. 29). A mio parere, o questo della Heller è un fraintendimento della posizione della Arendt, oppure si tratta semplicemente del rifiuto “radicale” dell’uso della categoria “banale” quando si tratti di personaggi legati al nazismo.

A heap of shoe brushes belonging to the prisoners of the Auschwitz-Birkenau concentration camp

Alla base del terrore totalitario che conduce ad Auschwitz e all’Olocausto ci sono secondo Agnes Heller due fattori principali: un leader carismatico, “demoniaco”, guidato dall’odio furioso e dalla passione della vendetta, e una ideologia forte, che nel caso del nazismo è rappresentata dal razzismo e nel caso del comunismo sovietico da un’ideologia di classe.

Non sono gli unici fattori, per esempio gli sviluppi della tecnologia giocarono un ruolo rilevante nella capacità di annientare milioni di persone, ma sono senza dubbio questi i fattori fondanti.

L’assenza di un’ideologia forte può contribuire a spiegare la relativa “mitezza” del fascismo nella persecuzione degli ebrei. Il nazionalismo, sposato da Mussolini, sarebbe infatti, stando alla Heller, appunto un’ideologia debole. Interessante notare come anche la Arendt condivida questo giudizio di relativa “mitezza” del fascismo.

Tuttavia, la filosofa tedesca lo attribuisce in parte al carattere degli italiani (“una tipica farsa all’italiana” è espressione utilizzata nel suo libro) e in parte alle tradizioni di civiltà del popolo italiano. Per quanto mi riguarda, da italiano, io comunque non vorrei sottovalutare la pericolosità e i danni prodotti dalla dittatura fascista.

Aggiungerei, anche, che laddove le tesi delle autrici sul fascismo abbiano un qualche fondamento (e chiaramente ce l’hanno), allora le leggi razziali del 1938 e la persecuzione degli ebrei devono essere considerate a maggior ragione una pagina vergognosa della storia italiana, in quanto approvate e attuate prevalentemente per compiacere ideologia e follia del potente alleato tedesco. Quasi sicuramente, nel 1938 Mussolini avrebbe potuto rivendicare per l’Italia una posizione più indipendente.

In chiusura, convincenti o discutibili che siano le tesi (parzialmente) contrapposte di Hannah Arendt e Agnes Heller, si tratta di due libri assolutamente da leggere in quest’epoca afflitta da rigurgiti razzisti e nazionalisti. Soprattutto per la formazione dei giovani, io credo, si tratta di letture formative, e dunque assai importanti.

Un pensiero su “Male radicale o Banalità del male? Le tesi di Heller e Arendt sull’Olocausto”
  1. Concordo con la tesi dell’autore e sono piuttosto incuriosito dal saggio della Heller che metto in coda di lettura (la banalità del male lo lessi al liceo).
    Ritengo che i fatti diano ragione alla Harendt sulla banalità del male. I successivi atti di violenza di massa, dagli anni ’40 in poi, per fortuna in costante diminuzione in un contesto storico di lunga portata, non sono stati diretti da altri Stalin o Hitler (pur non mancando i Polpot e Kim del caso). Il meccanismo del genocidio è molto ben descritto ne “il declino della violenza” di Pinker, autore che mi sento di suggerire.
    Ritengo, tuttavia, che sia necessario essere molto prudenti nel giudicare eventi remoti nel tempo con i criteri morali di oggi. Alcune cose sono invarianti per l’umanità, altre no. La distruzione di una città, ad esempio, è qualcosa che ha iniziato a far inorridire le persone proprio in quegli anni. Tra i contemporanei, Hiroshima è un nome noto ma chi ricorda Dresda o Amburgo? E chi ricorda che Hiroshima era la più importante base navale e sede di guarnigione di una intera armata giapponese? Con questo non intendo giustificare il bombardamento di Hiroshima, ma ricordare i fattori di complessità che accompagnano il giudizio e la enorme differenza di tali crimini convenzionali con l’Olocausto. Ein passant, anche l’immensa differenza che c’è tra Olocausto e, ad esempio, la grande Carestia Ucraina. Come dimostrano i contemporanei atti di antisemitismo nostrano il Male è di una banale mediocrità e vigliaccheria di livello ancor più basso. Del resto, gli allievi sono inferiori ai maestri, e il duo Meloni/Salvini non brilla. Non brilla. Ma luccica sinistramente.

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