Il governo Conte difficilmente cadrà sullo scontro Bonafede – Di Matteo, sulla prescrizione o sulla regolarizzazione dei migranti; troppo piccole sono tali questioni al cospetto dell’epocale crisi economica e sanitaria che stiamo vivendo. Potrebbe invece cadere, e probabilmente cadrà, sul Mes, ovvero sulla scelta dell’Italia di chiedere un prestito di circa 36 miliardi di euro al cosiddetto Fondo Salva-Stati (o più precisamente MES, Meccanismo Europeo di Stabilità).

Ursula von der Leyen, Giuseppe Conte

Il prestito è a bassissimo costo in termini di tasso d’interesse e restituibile in 10 anni, con vincolo di destinazione delle risorse a spese sanitarie, dirette e indirette, connesse alla pandemia da coronavirus. La condizionalità ex ante è assente, non arriverà la troika a cavallo a commissariare la politica economica nazionale ma, passata la tempesta, di qui a due anni diciamo, qualche forma di controllo sulle finanze pubbliche italiane da parte dell’Europa sarà d’uopo. E ciò, indipendentemente dal fatto che i codicilli e i regolamenti puntualmente citati dai nemici del Mes siano operativi o sospesi. Infatti, come amano dire i conservatori, i quali hanno notoriamente un certo peso in Europa, non esistono pasti gratis in economia o, in alternativa, (sostengono che) non c’è nulla che non si paghi in questa valle di lacrime.

Poiché, come è noto, in epoca moderna siamo tutti esperti di tutto, (io stesso, per esempio, sono diventato nelle ultime settimane, causa coronavirus, un grosso esperto di virus, contagi e pandemie) è inutile riaffondare il coltello nelle tecnicalità del Mes, nelle condizionalità non più ex ante ma eventualmente solo ex post, eccetera. Si è già scritto di tutto, anche se forse non tutto. Invece, può essere più intrigante un tentativo di discutere di alcune importanti implicazioni e significati politici della Guerra Santa che è divampata sul Mes, la cui intensità potrà solo aumentare nelle prossime settimane.

Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Angela Merkel

Contro il ricorso al Mes sono schierati i nazionalisti (termine che uso in questo post come un quasi sinonimo di sovranisti) anti-euro di ogni schieramento: buona parte della Lega (ma non tutta), Fratelli d’Italia e parte del M5S. Sicuramente la componente più rumorosa dei 5 Stelle è ostile, ma non è chiaro se si tratti anche della componente maggioritaria. Addirittura, anche nell’estrema sinistra, che è attualmente un atomo della politica italiana, è presente una intraprendente minoranza nazionalista. Non è una novità nella storia il congiungersi di frange dell’estrema sinistra con l’estrema destra. In genere, questo avviene in una posizione culturale subalterna (della sinistra verso la destra). Negli anni trenta del secolo scorso, un’indagine sociologica condotta in Germania presso la classe operaia rivelò la presenza di una “sindrome autoritaria” in discreta parte degli operai tedeschi. Del resto, mai dimenticare che fascismo e nazismo non sono stati solo regimi totalitari, brutali e oppressivi, ma hanno anche goduto per lungo tempo di un forte sostegno di massa.

A favore del Mes sono schierate le forze europeiste della politica italiana e, dunque: Pd, Forza Italia, Italia viva e la componente meno demagogica e meno nazionalista del Movimento 5 Stelle. Questo schieramento contiene, in nuce, le forze parlamentari di un nuovo governo, se Conte dovesse cadere nelle prossime settimane. L’alternativa sarebbero elezioni politiche a settembre, in quanto se io ho ragione nel vedere una contrapposizione definitiva e finale tra le forze del nazionalismo, che hanno come obiettivo l’uscita dell’Italia dall’Europa, e le forze del riformismo socialista e liberale, ancorate all’Unità Europea, è chiaramente impraticabile un governo di unità nazionale. Infatti, in tale ipotetico governo non potrebbero incontrarsi i fini.

Ursula von der Leyen, Giuseppe Conte

I nazionalisti, si diceva, hanno come obiettivo ultimo l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea. Un’Unione sovranazionale a cui cedere progressivamente sovranità è incompatibile con gli “ideali” nazionalisti. Costoro, cullano ancora il sogno (o l’incubo, dipende dall’angolo visuale) degli Stati Nazionali. Se solo l’Italia, pensano e dicono, potesse avere il pieno controllo della politica fiscale e della politica monetaria, cioè un governo libero di fare tanto deficit quanto si vuole e una banca centrale libera di stampare quantità illimitate di moneta, ogni nostro problema sarebbe risolto. Così passiamo dall’idea, rozza e antica, che la moneta sia solo un velo steso sugli scambi e che dunque non vada manipolata con finalità di politica economica (è la tesi recentemente ribadita dalla Corte di Karlsruhe), all’idea populista che con una tipografia a disposizione ogni nostro problema possa essere risolto. Detta diversamente, così rischiamo di restare inchiodati ai due estremi del pendolo: o soffrire di persistente deflazione o puntare verso il disastro politico e monetario, rischiando l’iperinflazione.

L’Europa ha bisogno di colmare le incompletezze della sua costruzione. Non si può sopravvivere a lungo a shock violenti esogeni con una moneta unica, e dunque con l’impossibilità di modificare i tassi di cambio, e 19 politiche fiscali nazionali. Era chiaro a molti fin dal 1998, divenne ancora più evidente dopo la profonda crisi economica e finanziaria scoppiata nel 2008, è diventato di drammatica attualità con la pandemia da coronavirus. In sostanza, occorre che l’Unione Monetaria evolva verso una piena Unione Fiscale. Il cosiddetto Recovery Fund può essere visto come un passo, per quanto timido e ancora inadeguato, in questa direzione. Del resto, gli Stati Uniti ebbero una evoluzione verso uno Stato Federale, con un’ampia dotazione di bilancio attribuita al governo centrale, solo dopo la crisi del 1929 e la Grande Depressione. Un’evoluzione simile in Europa, se mai avverrà, richiederà la capacità di tenere a bada all’interno delle diverse nazioni le componenti più nazionaliste e reazionarie, possibilmente espellendole dai governi o, al limite, rendendole marginali.

Una piena Unione Fiscale si dovrà associare inevitabilmente, pur con tutta la gradualità necessaria, ad una maggiore integrazione politica, cioè a importanti cessioni di sovranità nazionale a favore di un ente politico europeo. Chiaramente, questa non è la missione dei nazionalisti e dei populisti ma dei progressisti e riformatori. Pare che Mitterand abbia detto a Kohl nel 1989 che una Germania riunificata, senza un rafforzamento simultaneo dell’Unione Europea, avrebbe reso inevitabile una nuova guerra in Europa, con Francia e Germania sui fronti contrapposti, come sempre avvenuto tra il 1870 e il 1945. Non so se sia vero ma è sicuramente verosimile.

Questo serve a ricordare a noi italiani ed europei che l’integrazione in Europa non è mai stata solo legata a questioni strettamente economicistiche, libero scambio e moneta, ma è un processo storico progressivo. Un processo storicamente troppo importante per lasciarsi deviare e bloccare da nazionalismi e populismi. In questo senso, lo scontro in Italia sul Mes rappresenta una piccola (ma non troppo piccola), emblematica battaglia di trincea sul futuro dell’Italia e dell’Europa.

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